QUANDO IL “LIMITE” CAMBIA VOCE- Incontro con Andrea Devicenzi all’inaugurazione del Centro della Salute a Marcon (VE)

Andrea Devincenzi

Ci sono persone che, quando le incontri, non hanno bisogno di presentazioni. Non perché siano famose, ma perché portano addosso una storia che si sente prima ancora di essere raccontata.

Andrea è arrivato così, all’inaugurazione del Centro della Salute di Marcon (VE) alla quale ero presente sabato 24/01/2026 . Con un passo diverso, sì, ma soprattutto con uno sguardo che non chiedeva spazio: lo abitava già.

Era una giornata piena. Volti, voci, strette di mano, parole di rito. Eppure, quando Andrea ha iniziato a parlare, qualcosa si è fermato. Non per il silenzio che imponeva, ma per quello che lasciava emergere. Parlava di fragilità, di limiti, di parole. E io, ascoltandolo, ho avuto una sensazione molto chiara: questa non è una storia di sport. È una storia di linguaggio. Di dialogo interiore. Di come ci parliamo quando la vita decide di metterci davanti a un muro.

Andrea racconta che aveva diciassette anni quando tutto è cambiato. Un incidente in moto. Uno scontro frontale. Otto mesi di ospedale. Frasi che nessuno vorrebbe sentire a quell’età: “Sei spacciato”.

Non le dice con rabbia. Le dice come si dicono le coordinate di un punto di partenza. Perché, col tempo, ha capito che il trauma più grande non è stato il corpo. È stata la voce che si è accesa nella sua testa dopo.

“La vera barriera non era fisica”, dice. “Era mentale.”

E mentre lo ascolto, penso a quante volte usiamo la parola “limite” senza sapere davvero cosa significhi. Pensiamo a qualcosa che ci manca, a qualcosa che non potremo più fare. Ma Andrea ha imparato presto che il limite più pericoloso è quello che si infiltra nel linguaggio. È il “non posso”, il “non sarò mai”, il “non ha senso provarci”. È una frase detta una volta di troppo, nel momento sbagliato.

Dopo l’incidente, Andrea entra in quello spazio sospeso che molti conoscono: la vita prima e la vita dopo. È lì che inizia il vero lavoro. Non la riabilitazione fisica – quella arriva – ma la riscrittura interna. Il modo in cui inizi a raccontarti chi sei adesso. Il modo in cui scegli se rimanere nella lamentela o spostarti, anche di un millimetro, verso la soluzione.

“Ho capito che se continuavo a parlare come una vittima, sarei rimasto una vittima”, dice.

Non è una frase motivazionale. È una constatazione.

Andrea inizia a osservare le parole. Quelle degli altri, ma soprattutto le sue. Nota come cambiano le sensazioni, il corpo, le decisioni. Scopre che il linguaggio non è neutro: è una tecnologia interna potentissima. E che ogni frase ripetuta abbastanza a lungo diventa una direzione.

È in quel periodo che inizia a vivere per obiettivi. Non sogni vaghi, ma traguardi concreti. Piccoli, misurabili, reali. Non perché debbano impressionare qualcuno, ma perché devono tenere lui in movimento.

Diventa coach. Lavora su sé stesso. Cura l’ambiente che frequenta, le persone di cui si circonda, le parole che lascia entrare. Impara a riconoscere il momento esatto in cui la mente vorrebbe scivolare nella lamentela – e lì, fa una scelta diversa.

Una cosa che mi colpisce profondamente, mentre racconta, è la naturalezza con cui collega tutto questo alla vita quotidiana. Alla salute. All’alimentazione. Allo sport. Non come prestazione, ma come disciplina gentile. Come igiene mentale.

“Se mi tratto male ogni giorno”, dice, “non posso pretendere lucidità nei momenti difficili.”

Poi parla delle figlie. E qui la voce cambia leggermente. Non si incrina, ma si scalda.

Diventare esempio, per lui, non significa essere invincibile. Significa mostrare cosa fai quando sei stanco, quando sei in difficoltà, quando vorresti mollare. È lì che il messaggio passa davvero.

E poi arrivano i viaggi. Le avventure. Quelle che non fai per dimostrare qualcosa, ma per incontrarti. Islanda. Viaggi in solitaria. La tenda. Il freddo. La gestione di tutto, da solo.

Andrea racconta che in quei momenti il pensiero diventa un compagno di viaggio molto concreto. Se sbagli dialogo interno, puoi metterti seriamente in pericolo. Non è filosofia: è sopravvivenza.

E questo rende ancora più chiaro quanto le parole non siano un dettaglio. Sono una scelta continua.

Il momento che più mi resta addosso, però, arriva verso la fine del racconto. Andrea parla di una gara. Un obiettivo chiaro: 24 ore. 2417 giri

Al km 500 succede qualcosa. Sono le 7:40 del mattino. Non riesce più a risalire in sella. Il corpo non risponde. La mente inizia a fare quello che sa fare meglio: proiettare il fallimento.

È lì che entra in gioco tutto il lavoro fatto negli anni.

“Non mi sono detto ‘devo finire’”, racconta. “Mi sono detto: fai un giro.”

Un giro. Non cento. Non cinquanta. Uno.

E quel giro diventa possibile. E poi un altro. E poi un altro ancora. Fino a 617 (fino a 417, oltre i 2.000 già percorsi). Fino a superare l’obiettivo iniziale.

Mentre lo ascolto, penso alla parola neuroplasticità. Alla capacità del cervello di cambiare strada, se gli diamo istruzioni diverse. Andrea non la cita per fare scienza. La incarna.

Quando finisce di parlare, non c’è solo l’applauso fragoroso. C’è quel silenzio buono. Quello che arriva quando qualcosa ha toccato un punto vero.

Uscendo da quella presentazione, mi porto via una sensazione semplice e potente: non è che i limiti non esistano. È che spesso sono frasi dette male, nel momento sbagliato, da persone – noi compresi – che non sanno quanto peso abbiano le parole.

Il Fulcro della Salute nasce per prendersi cura del corpo, ma giornate come questa ricordano che la salute è un sistema più ampio, fatto di gesti, di scelte quotidiane e di attenzione per sé stessi e per coloro che abbiamo vicino.

Incontrare Andrea qui, in questo luogo dedicato alla prevenzione e alla consapevolezza, non è stato casuale. È stato un segnale chiaro di che cosa significhi davvero “prendersi cura”: non eliminare i limiti, ma imparare a dialogare con essi in modo nuovo, più rispettoso, più vero.

Per questo seguirò il percorso di Andrea. Continuerò ad ascoltare la sua storia, i suoi passaggi, le sue parole. E attraverso di lui incontrerò altre persone che, in modi diversi, hanno trasformato una frattura in direzione, una difficoltà in linguaggio, una caduta in presenza.

Perché la salute non è solo assenza di dolore. È relazione. È consapevolezza. È il coraggio di scegliere, ogni giorno, anche le “parole” con cui restare in piedi.

Per chi volesse conoscere di più di Andrea vi lascio il sito e i social dove potete seguirlo www.andreadevicenzi.it

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https://www.instagram.com/andreadevicenzi

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